È possibile creare incondizionatamente?

Come ormai saprete, ciò che scrivo su questo blog riguarda spesso il mio lato creativo*; in particolare parlo di scrittura, e il post di oggi non fa eccezione.
Quello che cambia, però, è l’approccio: mi capita abbastanza spesso di parlare delle cose che creo, dei progetti in corso e di quelli futuri, ma mai discuto delle opere vecchie, quelle dimenticate o non concluse. In linea di massima, non parlo di cose accadute prima del 2012 (anno in cui entrai a far parte ‘ufficialmente’ della blogosfera).
La storia di cui vi sto per parlare risale al 2009, al periodo del fanatismo manga.

Per chi non lo sapesse, prima di diventare lettore di libri ero un appassionato di manga e anime: nella mia ingenuità mi definivo un otaku, e a 15 anni la mia vita ruotava letteralmente attorno a queste creazioni giapponesi.
Le motivazioni sono semplici: come molti ragazzi della mia generazione sono cresciuto a pane e anime in tv, innamorandomi dei disegni e del taglio evidentemente nipponico (che allora non sapevo descrivere o riconoscere) nello storytelling.
Strumentali nella mia crescita da bambino furono sicuramente i Pokémon (di cui ho brevemente parlato qui), È quasi magia Johnny (che recuperai come Orange Road da grandicello) o Card Captor Sakura, mentre da adolescente iniziai ad avvicinarmi a decine e decine di opere per ragazzi, perlopiù battle shonen. Ero già entrato nella mentalità del fumetto, e il mio sogno era proprio quello di diventare mangaka, ma a rendere questo desiderio ancora più vicino e ai miei occhi realizzabile fu un manga molto carino, che parlava proprio di mangaka adolescenti.

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Si può dire, in qualche modo, che Bakuman. mi abbia condizionato e ispirato. Non solo grazie a esso continuai a disegnare il più possibile, ma entrai anche in contatto con diversa gente con la mia stessa passione. In particolare, fondai un forum sul disegno manga assieme alla mia amica Nicoletta.
Volevamo che fosse un ambiente in cui esprimersi liberamente e condividere idee, spunti di riflessione, progetti e consigli. Volevamo creare una piccola community di scrittori e sceneggiatori pronti a darsi una mano e collaborare dove fosse necessario. E così nacque il Name n.1.

Proprio oggi mi sono rimesso a sfogliarne le varie sezioni dopo aver recuperato l’account. Sono stato colpito da un immenso attacco di nostalgia, un po’ perché ricordo quel posto (che per me era tangibile quanto un luogo reale) con estrema chiarezza, con tutte le persone che lo popolavano e lo riempivano di commenti, idee e progetti. Era un ambiente davvero stimolante, come non ne ho più trovati in futuro, in cui creare non era eccezionale, non era difficile, non era forzato: era la norma.
In particolare, ritrovare le reliquie del Name n.1 mi ha permesso di scoprire cose che avevo dimenticato di me stesso: l’approccio che avevo nella creazione di storie e contenuti, l’influenza che queste cose avevano sul mio rapporto con gli altri e sogni tanto infantili da sembrarmi bellissimi.
È difficile da credere, ma avevo la determinazione di un tipico protagonista da shonen manga, che nella vita reale si traduce in:

  • un sogno che più che un sogno è un chiodo fisso;
  • troppa voglia di parlarne col mondo;
  • un sacco di testardaggine;
  • tanta aggressività non giustificata.

In particolare, scrivevo davvero tantissimo e creavo decine e decine di personaggi particolari e diversi tra loro, perché quello era il modo in cui processavo il mondo: non avevo esperienze in relazioni amorose, e per questo motivo me le inventavo. Quello dei quindici anni è stato il periodo in cui ho iniziato ad avere i miei primi veri amici, dunque anche la semplice amicizia era una novità. Tutto stava iniziando a prendere senso attorno a me, e io avevo bisogno di dare a quel senso una forma concreta, precisa, che però conoscessi bene: il manga, appunto.

11168992_880302685361262_1072228523_nA scuola passavo le ore a inventare nuove storie e situazioni, mentre a casa ignoravo i compiti per mettermi al tavolo e disegnare, disegnare, disegnare. Sono arrivato a spendere tantissimi soldi in manga (che nella mia ingenuità consideravo studio) e materiali, perché sentivo di aver bisogno di qualcosa di tangibile per potermi definire mangaka, per poter continuare a coltivare quella passione.
In ogni caso, le mie creazioni facevano schifo. Ovviamente né io né i miei amici dell’epoca ne eravamo a conoscenza, perché non avevamo l’età e gli strumenti per capirlo; eppure, spesso le mie storie si basavano su archetipi stra-utilizzati senza che io ne capissi l’importanza. Allo stesso modo, i miei disegni non erano assolutamente belli: qui a fianco vedete la terza tavola di uno storyboard** che avevo preparato — nonostante sia una bozza, i disegni che facevo con più cura e impegno non erano molto migliori, forse solo più puliti. Addirittura, i materiali in cui investivo soldi erano sprecati nelle mie mani.

Il fatto è questo: avrò scritto e disegnato schifezze (e ne sono convintissimo), ma avevo un flusso creativo che ora posso solo sognarmi. Ai tempi il momento della creazione di qualcosa era non solo sacro, ma ricorrente, una specie di rito a cui dedicavo tempo ed energie ogni giorno: non era disciplina, perché quella oltre al tempo richiede molta serietà, ma era qualcosa. Era la ragione stessa per cui inventavo e scrivevo e disegnavo, il motivo per cui lo facevo: il semplice atto di dare luce a qualcosa che potesse essere solamente mio.

Questo modo di avvicinarmi al lavoro creativo è rimasto più o meno fino alla fine del 2012, quando ho cominciato a scoprire le mie limitazioni. Ai tempi avevo già smesso di disegnare e mi ero dedicato alla scrittura (scelta pessima?). Iniziai a capire che non basta essere ispirati o avere un’idea per creare qualcosa — ed è il motivo stesso per cui fatico a definirmi scrittore, etichetta che non credo userò mai. Eppure, da quando ho iniziato a filtrare le mie idee, ciò che ne esce è di migliore qualità.

Pur non ritenendomi bravo a scrivere, riconosco ora il valore delle parole e delle storie. Non utilizzo stereotipi come facevo a quindici anni in mancanza di altro, ma riesco anche a scrivere di personaggi archetipici con cognizione di causa, preferendo comunque i personaggi realistici e sfaccettati. Faccio attenzione a quello che scrivo, alla forma e al contenuto, arrivando solamente a risultati finali di cui sono fiero.
Il problema? Il filtro stesso.

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un altro disegno risalente al periodo dei manga

Da quando si è attuato questo meccanismo produco sì cose più interessanti o intelligenti, ma ne faccio pochissime. Mi manca il poter tornare a casa da scuola e mettermi a disegnare per pomeriggi interi, o il poter condividere decine e decine di idee con amici, semplicemente perché il mio ritmo creativo ora è bassissimo: nonostante ora stia lavorando a un progetto a cui tengo, non parlerò del numero di parole che scrivo alla settimana perché è davvero da denuncia.
È come se l’atto della creazione incondizionata fosse diventato doloroso. Prima era una vera e propria valvola di sfogo che aprivo all’occorrenza senza la minima fatica, ora è difficile.
Qualcuno potrà pensare: semplicemente eri più ispirato e stimolato a quei tempi. Potrebbe essere vero. Il Name n.1 era un ottimo ambiente di condivisione, e ripeto di non aver più trovato un luogo come quello, ma non credo di essere rimasto fuori dal mondo; il modo in cui condividiamo le informazioni su internet è cambiato molto in questi anni, ma sono stato comunque a contatto con cose e persone e idee e progetti. In qualche modo, ho quasi smesso di credere all’ispirazione. Per me non è più qualcosa che cade dal cielo e ti colpisce in un dato momento, ma qualcosa che trovo quando mi ci metto seriamente. Funziona? Sì. È strano? Molto.

Da questa riflessione nascono alcune domande: è possibile ritornare ad avere un flusso creativo come quello adolescenziale, o è solo una cosa legata all’età e all’inesperienza? La mia situazione è simile a quella di altre persone, o sono il solo a soffrire di questo fenomeno? Come bilanciare la propria parte creativa con quella più razionale?
Mi premurerò di trovare delle risposte.

Nel frattempo lascio un messaggio a Nicoletta: Puoi sempre contattarmi — in onore al Name n.1, ti offro volentieri un caffè da Arnold come ai vecchi tempi.


* odio utilizzare la parola creativo in quasi tutti i casi. Il termine processo creativo fa eccezione, ma per il resto mi fa schifo. La trovo così presuntuosa. Come se il mondo fosse composta da creativi o non. Forse quello che mi dà fastidio è il non aver ben capito da che parte mi trovi.
** probabilmente in futuro vi parlerò di quello storyboard, perché fa morire dalle risate. Genere: shojo. Titolo: Modeling Love. Non ce la posso fare. Mi ritiro.

 

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4 pensieri riguardo “È possibile creare incondizionatamente?”

  1. Mi ritrovo un sacco in questi tuoi trascorsi. Ho avuto anche io un passato da “””disegnatrice”””; ero anche bravina, ma non mi sono mai applicata abbastanza per diventare *brava* e quindi ho mollato lì.
    Quello che condivido a livello di esperienza è proprio l’evoluzione della scrittura: a diciassette-diciott’anni (sì, sono arrivata un po’ più tardi) e fino ai ventitré potevo sedermi, infilare le cuffie e lasciar correre e dita. Ne ho partorite, di storie, con questo metodo: lunghe, brevi, originali, fanfiction… tutte farcite di ingenuità e del puro piacere di scrivere.
    Ora le cose sono radicalmente cambiate; diciamo che mi ritengo ancora parecchio prolifica, visto che negli ultimi quattro anni ho mantenuto il ritmo di un romanzo all’anno, ma è più difficile. Devo mettermici davvero d’impegno, programmarmi le sedute (almeno a livello mentale), avere ben presente dove andrò a parare; e la situazione “peggiora”, in un certo senso, perché se prima mi bastava l’ispirazione adesso mi serve di più il rimboccarmi le maniche sedermi sul mio vasto culo per fare il lavoro sporco. Prima improvvisavo, adesso seguo una scaletta e degli schemi. Funzionare funziona, eh, ma è faticoso.

    Quando si è adolescenti si è una tabula rasa: gli stimoli hanno un impatto fortissimo perché sono nuovi. Crescendo ci si assuefà e quindi si arranca di più per trovare la scintilla; d’altro canto qualche volta e in qualche modo si impara a gestirla. Non si potrà tornare indietro, forse, ma si può continuare con gli strumenti nuovi che ci si trova ad avere.

    (E comunque chi ha questo bisogno di comunicare ossessivamente al mondo quanto si è scritto e come e perché mi mette un’angoscia che ciao proprio. Io mica devo informare il prossimo di quante volte vado in bagno)

    1. Io invece mi ritrovo un sacco in quello che hai scritto tu, che in poche righe sei riuscita a spiegare quello che pensavo senza confusione :P come la mettiamo?
      Come dici tu, anche io ora ho bisogno di schemi e programmi, non solo interni alle storie ma anche inerenti alla mia vita quotidiana: devo sapere quando scrivere, per quanto tempo, come; nonostante, di fatto, abbia un sacco di tempo libero e non abbia bisogno di questi paletti. Ma senza sapere esattamente COSA sto facendo non riesco a lavorare. Magari dovrei provare a tornare a lavorare come prima, una regressione.
      Idem per quanto riguarda l’ispirazione: da piccino mi venivano in mente idee e le scrivevo, punto. Ci lavoravo su, le espandevo, e magari facevano schifo, ma riuscivo a portare a termine qualcosa (anche se non come desideravo), e soprattutto mi trovavo in costante movimento. Ora è diverso: parto da qualcosa di cui voglio parlare e mi chiedo quale sia il modo più intelligente e più affine a me per farlo. Es: voglio esplorare gli anni dell’adolescenza. E da lì vedo cosa fare, in che salsa, con quali espedienti etc.
      Un tempo partivo in quarta solo da uno spunto iniziale, e un po’ mi manca. Era più divertente, meno faticoso. Ma forse è questo che vuol dire crescere, no?
      È curioso però il fatto che molte delle storie nate allora mi siano rimaste in mente fino a oggi.

      (Per quanto riguarda la parentesi finale, sì, tendenzialmente sono d’accordo con te anche se tendo a giustificare tale comportamento a novembre per ovvie ragioni <3 è metà del divertimento del NaNo, almeno per me, vedere il grafico con le parole scritte giornalmente e condividerlo con altri xD)

  2. Bellissimo post! Ne parlavo giusto l’altro giorno anch’io con amici ed è proprio vero che quando si è ragazzini si tira fuori molta più roba, sebbene magari di qualità inferiore rispetto a quella che si potrebbe tirare fuori da cresciuti e con più esperienza. Il problema grosso del filtro è che forse andrebbe applicato dopo e non prima del processo creativo. Come si fa a sapere che una cosa fa schifo o è banale se non ci si butta neanche? Può darsi che anche un’idea già vista, che però sul momento non sembra così male, dopo un po’ di rifiniture possa trasformarsi in qualcosa di gradevole. Alla peggio si è fatto pratica.
    Penso che il problema più grande dell’avere un filtro personale sia che facendo molto di meno si fa anche molto meno allenamento. Si gioca molto di più sul sicuro ma ci si dimentica com’è prendersi dei rischi.

    1. Noi due ci siamo conosciuti proprio in quel periodo, quindi ricorderai bene il ‘flusso’ a cui alludo, che si tramutava anche in passione incondizionata per tutto. Ora che ci penso non riguarda solo la scrittura, ma la vita in generale. Ero molto più impulsivo all’epoca, non mi facevo problemi a iniziare nuove cose. Ho voglia di scrivere una storia? Iniziata. Ho voglia di aprire un forum su Pokémon? Fatto. Di scrivere la sceneggiatura di uno shojo? Eccola.
      A volte mi capita di ritrovare quaderni con scritti risalenti a quegli anni, e mi meraviglio seriamente di ciò che c’è dentro: robaccia, perlopiù, ma anche un sacco di passione. Crescendo (HUEHUEHUE) la passione è rimasta, ma è diventata diversa.
      Quello che dici sull’applicare il filtro solo dopo la creazione è sensatissimo, ma fatico a visualizzare una cosa del genere. Forse perché ora ci metto molto di meno a inquadrare un’idea — quelle a cui tengo di più possono restarmi attaccate per mesi, ma mi capita di pensare a qualcosa e scartarla dopo poco perché riesco a comprenderne le meccaniche interne. Ma l’ideale proposto da te non sarebbe affatto male, soprattutto perché come dici tu un’idea può sempre venire rivista e rifinita.
      E quello che dici sull’allenamento è altrettanto giusto: riesco a fare cose decenti, ma centellinando la creazione perché devo calcolare tutto nel minimo dettaglio. Non è esattamente divertente, ma il risultato finale c’è e funziona. Non so, sono molto dubbioso. Magari devo totalmente cambiare approccio.
      Grazie mille per il commento, davvero <3

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