Siamo tutti ladri, ragazzi miei

Oggi, 20 luglio 2016, mi è capitato di incominciare e finire un libretto molto interessante che da tempo volevo leggere. Ruba come un artista di Austin Kleon mi ha tormentato per mesi prima dell’acquisto: lo vedevo nelle librerie, nei video dei miei booktuber preferiti, in casa del mio ragazzo. Qualcosa nella premessa mi invogliava terribilmente alla lettura, così ieri mi sono deciso e l’ho comprato.
Fast-forward di poco più di ventiquattro ore (circa): eccomi qui a parlarne.

austinkleon_vallardiSi tratta di un libretto breve e senza pretese che potremmo definire “un self-help per artisti” incentrato sul concetto di arte e di creatività. In particolare, il motto del libro è il seguente: un vero artista, per essere tale, deve rubare.
Rubare idee, spunti, suggestioni, parole, immagini, creazioni, persino parti di personalità: quello che ci rende artisti non è la capacità di creare qualcosa dal nulla, come spesso si crede, ma quella di prendere da chi è venuto prima per dare forma a qualcosa di autentico.

Il libro, in sé, è un prodotto molto semplice: se cercate un saggio sulla creatività, con tanto di ricerche e fonti e approfondimenti, sicuramente Ruba come un artista vi lascerà con l’amaro in bocca. Si tratta, però, di un piccolo boost di sicurezza per tutti quelli che svolgono lavori creativi, quasi una pepita di ispirazione: se come me avete bisogno di una spintarella per creare cose nuove, allora fa al caso vostro.
Non solo: oltre ad avermi aiutato a chiarire un po’ di idee, mi ha fatto riflettere ampiamente su alcuni argomenti. È proprio di queste riflessioni che voglio parlarvi.

Non si crea, si ruba

Esiste, nella concezione popolare, l’idea che un artista sia una persona talmente talentuosa, talmente spigliata, talmente in gamba da poter creare qualcosa facendo ricorso unicamente alle proprie potenzialità e alla propria esperienza personale. È una convinzione che ho condiviso per la maggior parte della mia vita, e che mi ha in qualche modo danneggiato: da adolescente, in piena fase creativa, riuscivo a identificarmi perfettamente con la figura dell’artista, perché credevo di creare cose nuove. Crescendo mi sono accorto di quanto quelle cose fossero derivative, e questo non mi ha spronato a creare di più, anzi: mi sono visto come un criminale nell’atto del plagio, quando in realtà stavo solamente assimilando e rielaborando informazioni.

Da piccolo, molto molto piccolo, quando ancora si giocava a “facciamo che tu eri”, mi hanno detto queste parole: “Tu non sei bravo a inventare, tu non inventi nulla, tu personalizzi”.
A pronunciarle era un mio compagno di giochi, ancora più piccolo di me, leggermente scocciato dall’idea che tutte le mie idee per “facciamo che tu eri” avessero a che fare coi Pokémon o coi Digimon o con qualsiasi show andasse in onda in quel periodo alla tv. Non solo, erano parole accompagnate da una connotazione negativa, perché presupponevano che gli altri sapessero fare una cosa a me totalmente sconosciuta: inventare da zero.

Ecco cosa direi al piccolo-me se potessi tornare indietro nel tempo ora che ho letto Ruba come un artista: non si crea, si ruba. Si prende da fonti diverse e si rielabora, omaggiando i grandi del passato con uno sguardo puntato dritto al futuro. Del resto, è rubacchiando (senza esserne consapevole) che mi sono venute in mente le idee migliori: #MonsterNovel è una rielaborazione di ciò che provo per il franchise dei Pokémon, Alla deriva si trascina dietro anni e anni di letture di YA contemporary, mentre uno dei miei progetti più recenti, Dimmi che non siamo soli, rielabora un trope comunissimo e stravisto nel panorama delle fanfiction e della narrativa indirizzata alle ragazzine. E non sono originali, ma autentiche: le cose che ho rubato diventano la lente attraverso cui posso esprimermi.

Ma io, da chi rubo?

Nel libro Kleon c’è un’interessante parte riguardante un albero genealogico delle idee Pensate a un grande artista, e provate a rintracciare i grandi artisti da cui ha rubato: non solo vedrete che tutti gli artisti rubano da altri artisti, ma che la figura che viene a crearsi è simile a quella di un albero.

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Questo mi ha spinto a chiedermi, ma io, da chi rubo?, e così mi sono messo a scarabocchiare un mio albero genealogico: ci sono io, e sopra di me ci sono le mie ispirazioni, presentissime in tutto quello che scrivo e creo. Aidan Chambers, Patrick Ness, Maggie Stiefvater, Max Landis e tanti altri che a loro volta rubano da fonti incredibilmente diverse — l’albero si apre come un ventaglio di infinite possibilità e combinazioni che convergono nelle mie creazioni. Queste ultime possono essere buone o meno, ma non è importante. Ciò che è importante è riuscire a riconoscere che in tutti noi c’è dell’altro — e anche solo accorgersene, vedere con chiarezza il proprio albero, è un traguardo molto soddisfacente.

Io rubo — e lo voglio fare bene

Nel momento in cui mi sono accorto di questa grande verità ho come sentito una specie di peso sollevarsi dalla mia coscienza: ora che so che tutti noi attingiamo e ci ispiriamo e sgraffigniamo e trafughiamo e rubacchiamo, riesco a focalizzarmi meglio su quello che dovrei fare. Non solo: l’essere consapevole del furto mi rende capace di calcolarlo nel dettaglio e rendere le mie creazioni ancora più credibili, belle e autentiche.
Non tutto sarà un furto conscio, e probabilmente qualche ispirazione mi sfuggirà dalle mani per farsi ritrovare tempo dopo tra le pagine di qualche mio racconto, ma ora sento di avere una marcia in più: so di saper rubare, so di star rubando, dunque posso decidere quanto rubare, cosa rubare, come rubare. Sento di aver più libertà artistica, un margine più ampio per esprimermi. E l’idea di star mescolando consapevolmente tutto ciò che più amo e mi ispira mi diverte, mi entusiasma, mi eccita.
Ora ho proprio voglia di rubare qualcosa.

nothing is original

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