Cos’è il #BookclubDellaPolvere?

Il 19 ottobre uscirà nelle librerie italiane La Belle Sauvage, primo volume della trilogia de Il Libro della Polvere di Philip Pullman. Caso vuole che la nuova trilogia completi Queste Oscure Materie, saga che dieci anni fa (dieci!) amai alla follia, dunque mi sono mobilitato per organizzare qualcosa: sono stato in libreria, ho ricomprato la trilogia di Queste Oscure Materie e ho deciso che avrei riletto i tre libri prima dell’uscita del volume inedito.

Ma. C’è un ma. E il ma non comprende solo me, ma anche altri booktuber e lettori; ho voluto coinvolgere altre persone in un progetto nato quasi per scherzo, quando ho chiesto a Giorgia “e se organizzassimo un gruppo di lettura su YouTube?”, e ora eccomi qui; parte ufficialmente il #BookclubDellaPolvere.

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Costruire

Circa otto anni fa mi sono trasferito assieme alla mia famiglia a Lecco. Abbandonare il paesino in cui vivevo non è stato poi così traumatico: a Lecco mamma e papà ci lavoravano, io ci andavo a scuola, e comunque non avevo nulla da perdere poiché l’unico passatempo che avevo era stare ore e ore su internet, senza mai uscire di casa, e farlo in una città o in un borgo sperduto non avrebbe fatto la minima differenza.

Ricordo diverse cose del trasloco: l’ansia nel dover dire ai miei amici del web tornerò, ve lo prometto, sarò di nuovo con voi appena mi sistemo, perché non avevamo altre vie per sentirci; il sapore del tè alla pesca e una casa vuota, dove facevamo colazione in sala; le giornate passate davanti al Nintendo DS a coccolare cagnolini immaginari, nell’attesa di qualcosa, qualcosa di più.

Una cosa che ricorderò sempre del trasloco è il significato che per me aveva: non voleva dire solamente cambiare casa, cambiare ambiente. Per me, equivaleva a lasciarmi dietro un’infanzia e diventare ufficialmente un adolescente con tredici anni, i primi baffetti e tanta, troppa voglia di capire le cose. In questo hanno avuto un ruolo fondamentale i miei giocattoli, con i quali avevo passato interi pomeriggi fino a quel momento, ma che in qualche modo ora mi sembravano strani, diversi.
Quando venivano persone a vedere la vecchia casa io li nascondevo, perché avevo dodici anni e non potevo di certo mostrare i miei pupazzetti di Hamtaro o la bambola di Magica DoReMi che ero riuscito ad ottenere con un piano astutissimo qualche anno prima (ma credo ve ne parlerò un’altra volta). I personaggi che fino a quel momento mi avevano reso ciò che ero iniziavano a diventare motivo di vergogna.
Credo sia uno step obbligatorio per quasi ogni bambino, e ripensandoci non posso fare altro che sorridere. Moltissimi giocattoli se ne andarono — alcuni trovarono nuove abitazioni, altri vennero persi nel trasloco, altri ancora rimasero con me, in una scatola, perché abbandonarli sarebbe stato troppo difficile.
Altri ancora, non mi interessavano più. Avevo una scatola in mano, pronto ad abbandonarla, quando mia madre mi disse No, Marco. I LEGO non si buttano mai.

All’inizio non capii. Non giocavo coi LEGO da un sacco di tempo, e comunque ero sempre stato abbastanza negato con quel genere di cose: ancora oggi non riesco a compiere un qualsiasi lavoro manuale che implichi un minimo di logica. Assemblare pezzi era stato divertente da bambino, ma non facevo molto oltre a costruire case quadrate. Seguivo però le istruzioni con dovizia e divertimento, perché per me non era una questione di creatività, ma di regole. Ho comprato la macchina? Voglio costruire quella macchina. Poi la distruggerò, lo so, e utilizzerò quei pezzi per costruire case quadrate, ma ora voglio costruire la macchina.
In ogni caso, non sentivo più un forte legame coi LEGO e credevo che darli a qualcuno sarebbe stata la mossa migliore. Mia madre insistette, e la scatola contenente tutti i mattoncini finì nella nuova cantina.

Se dicessi che questo non è uno dei periodi più brutti che mi sia capitato di vivere, sarebbe una bugia. Se non ne parlassi affatto, sarebbe come mentire a me stesso. Parlarne apertamente non equivale proprio a togliermi un peso di dosso, ma è qualcosa.
Se il primo passo per superare un qualche tipo di dolore è accettarlo, mi tocca fare coming out: ho passato gli ultimi pomeriggi seduto per terra mentre guardando fuori dalla finestra e ascoltando canzoni parecchio tristi.
È una parte di me che non mi piace, quella che si arrende facilmente, e per molto tempo ho tentato di nasconderla alla gente. Solo ultimamente ho realizzato che non c’è niente di male nell’essere onesti e nel mostrare debolezze, anche se questo comporta sacrifici enormi e, a volte, conseguenze spiacevoli.
È stata proprio questa mia presa di consapevolezza ad aver trasformato il mio pomeriggio di oggi. Ho fatto questo:

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Non è molto e non è bello, ma è qualcosa.
Come prima cosa ho chiesto a mia madre dove fossero i LEGO, per sentirmi chiedere Che cosa ci vuoi fare? e rispondere, Voglio costruire, no? Cosa fai coi LEGO sennò?
Li ho recuperati in cantina dopo aver lottato contro scatoloni abilmente incastrati e parecchia polvere, li ho portati in casa e ho iniziato a fare quello che avevo in mente: costruire una casa, niente di più, niente di meno*.

Sapevo che non sarebbe stato facile, essendo negato con l’assemblaggio, e infatti non lo è stato: sfido chiunque a trovare una casa in questo ammasso di mattoncinci di colore diverso. Da un lato ha una finestra, ma non ha entrate, e come previsto non sono riuscito a costruire un tetto che sia un tetto. Eppure qualcosa è venuto fuori, e nella costruzione di questo qualcosa sono riuscito a rilassarmi e a pensare a mente lucida alla mia situazione. Principalmente, ho capito diverse cose:

  1. La mia vita sono io, che tento di costruire qualcosa coi mattoncini che ho a disposizione, fino a quando qualcuno butta giù ciò che ho fatto. È difficile far capire alle persone la frustrazione e la delusione che provo al crollo, poiché la gente non vede le rovine, ma vede dei pezzi, e pensa che si possa sempre costruire qualcosa fin quando si hanno a disposizione dei mattoncini. E si può, perché è per questo che esistono i mattoncini, ma la mia tristezza deriva dal rapporto che ho con le case precedentemente esistite.
  2. Non puoi creare quattro muri separatamente e metterli assieme per formare una casa. Non funziona. Ogni muro deve essere collegato a quello che lo segue. Sì, ho vent’anni e ci sarei dovuto arrivare prima di costruire tre muri e vederli traballare, ma che ci volete fare. Però ho pensato. Ho pensato che forse devo imparare a sfruttare meglio le qualità che ho e soprattutto devo imparare a sfruttarle assieme. Mi sento come se avessi costruito tanti muri diversi per tutta la vita, tutti incredibilmente vicini, ma non uniti. Devo andare più a fondo e creare una struttura più compatta, più stabile.
  3. Questa casa verrà fatta a pezzi molto presto. È il destino inevitabile di ogni cosa, e vorrò essere io a distruggerla — non smontarla, distruggerla. Mi dà più sicurezza sapere che posso distruggere cose, cancellare confini tracciati, fare un passo indietro senza che sia qualcun altro a metterci la mano.
    Sono stanco di vedere gente distruggere ciò che faccio; voglio la capacità di scegliere quando smettere di importarmene, quando darci un taglio, quando smettere. Posso costruire, posso distruggere. Credo sia un diritto di ogni costruttore LEGO.

Detto questo, mi ritrovo ad un crocevia. Devo scegliere cosa costruire e cosa lasciare da parte, ed è difficile. Ci vorrà tempo, ma sarà necessario — perché non posso smettere di fare.

Come un’amica mi ha detto ieri sera, devo vedere la situazione dall’esterno e analizzare. Smontare e ricostruire.
Si parte.

* ascoltando Lego House di Ed Sheeran, lo ammetto.