#GrimmNovel, una pagina al giorno

finn chambersRecentemente ho iniziato a scrivere un romanzo per ragazzi (che per ora chiameremo GrimmNovel), e lo sto scrivendo al ritmo di una singola pagina al giorno. Questo mi porta a sentirmi inutile, perché “i veri scrittori non scrivono solo una pagina al giorno”, ma allo stesso tempo è un ritmo che sono sicuro di poter mantenere. È vero, una pagina al giorno non è molto, ma è fattibile. E tra un anno il libro potrebbe essere finito*!

Il ragazzino che vedete nell’immagine è Finn Chambers**, uno dei tre (o quattro? è complicato) personaggi principali. E lo adoro.
È calmo e riservato, perché per me è importante sovvertire il trope del maschio = estroverso e incline all’azione VS femmina = donzella in difficoltà. Infatti Angelica (la sua controparte femminile) è estroversa, energica e… beh, diciamo che non si fa problemi a rispondere a tono alle persone. Cosa che Finn non si sognerebbe mai di fare; lui cercherebbe un modo per non far arrabbiare nessuno e uscire indenne da qualsiasi situazione minacciosa.

So che potrebbe sembrare un cliché (e sto lavorando affinché questo non avvenga), ma per me è davvero importante rappresentare un tipo di mascolinità diverso. Certo, le ragazze badass sono ovunque nella fiction di oggi (non fatemi parlare della questione strong female characters), ma non vedo quest’inversione come una cosa inerentemente negativa. Più di tutto, ci tengo a rendere entrambi i protagonisti realistici. And gender is a social construct anyway…

Per me è anche importante creare un protagonista esplicitamente non caucasico, perché credo fortemente nell’inclusività all’interno dei libri per ragazzi. Alcuni potrebbero vedere questa cosa come un segno di self-insert da parte mia, ma non è questo il caso. Certo, Finn e io abbiamo diverse cose in comune; siamo entrambi… beh, non bianchi, e anche io ero timido da ragazzino. Inoltre nel sequel viene rivelata la sua omosessualità (spoiler?). Ma lui rimane molto più intelligente di me a tredici anni, e inoltre è appassionato di scienza e robotica e matematica e studio in generale. Ed io… beh, non lo sono.

In ogni caso, scrivere GrimmNovel si sta rivelando difficile ma anche molto soddisfacente. So che non sto scrivendo contenuti di alta qualità al momento, e so di avere ancora molta strada da fare, ma se non altro sono costante e spero di migliorare man mano.
Vediamo come si evolverà la cosa :)

* la prima stesura, almeno.
** sì, Chambers come omaggio al mio scrittore preferito.

Siamo tutti ladri, ragazzi miei

Oggi, 20 luglio 2016, mi è capitato di incominciare e finire un libretto molto interessante che da tempo volevo leggere. Ruba come un artista di Austin Kleon mi ha tormentato per mesi prima dell’acquisto: lo vedevo nelle librerie, nei video dei miei booktuber preferiti, in casa del mio ragazzo. Qualcosa nella premessa mi invogliava terribilmente alla lettura, così ieri mi sono deciso e l’ho comprato.
Fast-forward di poco più di ventiquattro ore (circa): eccomi qui a parlarne.

austinkleon_vallardiSi tratta di un libretto breve e senza pretese che potremmo definire “un self-help per artisti” incentrato sul concetto di arte e di creatività. In particolare, il motto del libro è il seguente: un vero artista, per essere tale, deve rubare.
Rubare idee, spunti, suggestioni, parole, immagini, creazioni, persino parti di personalità: quello che ci rende artisti non è la capacità di creare qualcosa dal nulla, come spesso si crede, ma quella di prendere da chi è venuto prima per dare forma a qualcosa di autentico.

Il libro, in sé, è un prodotto molto semplice: se cercate un saggio sulla creatività, con tanto di ricerche e fonti e approfondimenti, sicuramente Ruba come un artista vi lascerà con l’amaro in bocca. Si tratta, però, di un piccolo boost di sicurezza per tutti quelli che svolgono lavori creativi, quasi una pepita di ispirazione: se come me avete bisogno di una spintarella per creare cose nuove, allora fa al caso vostro.
Non solo: oltre ad avermi aiutato a chiarire un po’ di idee, mi ha fatto riflettere ampiamente su alcuni argomenti. È proprio di queste riflessioni che voglio parlarvi. Continua a leggere “Siamo tutti ladri, ragazzi miei”

È possibile creare incondizionatamente?

Come ormai saprete, ciò che scrivo su questo blog riguarda spesso il mio lato creativo*; in particolare parlo di scrittura, e il post di oggi non fa eccezione.
Quello che cambia, però, è l’approccio: mi capita abbastanza spesso di parlare delle cose che creo, dei progetti in corso e di quelli futuri, ma mai discuto delle opere vecchie, quelle dimenticate o non concluse. In linea di massima, non parlo di cose accadute prima del 2012 (anno in cui entrai a far parte ‘ufficialmente’ della blogosfera).
La storia di cui vi sto per parlare risale al 2009, al periodo del fanatismo manga.

Per chi non lo sapesse, prima di diventare lettore di libri ero un appassionato di manga e anime: nella mia ingenuità mi definivo un otaku, e a 15 anni la mia vita ruotava letteralmente attorno a queste creazioni giapponesi.
Le motivazioni sono semplici: come molti ragazzi della mia generazione sono cresciuto a pane e anime in tv, innamorandomi dei disegni e del taglio evidentemente nipponico (che allora non sapevo descrivere o riconoscere) nello storytelling.
Strumentali nella mia crescita da bambino furono sicuramente i Pokémon (di cui ho brevemente parlato qui), È quasi magia Johnny (che recuperai come Orange Road da grandicello) o Card Captor Sakura, mentre da adolescente iniziai ad avvicinarmi a decine e decine di opere per ragazzi, perlopiù battle shonen. Ero già entrato nella mentalità del fumetto, e il mio sogno era proprio quello di diventare mangaka, ma a rendere questo desiderio ancora più vicino e ai miei occhi realizzabile fu un manga molto carino, che parlava proprio di mangaka adolescenti. Continua a leggere “È possibile creare incondizionatamente?”

Costruire

Circa otto anni fa mi sono trasferito assieme alla mia famiglia a Lecco. Abbandonare il paesino in cui vivevo non è stato poi così traumatico: a Lecco mamma e papà ci lavoravano, io ci andavo a scuola, e comunque non avevo nulla da perdere poiché l’unico passatempo che avevo era stare ore e ore su internet, senza mai uscire di casa, e farlo in una città o in un borgo sperduto non avrebbe fatto la minima differenza.

Ricordo diverse cose del trasloco: l’ansia nel dover dire ai miei amici del web tornerò, ve lo prometto, sarò di nuovo con voi appena mi sistemo, perché non avevamo altre vie per sentirci; il sapore del tè alla pesca e una casa vuota, dove facevamo colazione in sala; le giornate passate davanti al Nintendo DS a coccolare cagnolini immaginari, nell’attesa di qualcosa, qualcosa di più.

Una cosa che ricorderò sempre del trasloco è il significato che per me aveva: non voleva dire solamente cambiare casa, cambiare ambiente. Per me, equivaleva a lasciarmi dietro un’infanzia e diventare ufficialmente un adolescente con tredici anni, i primi baffetti e tanta, troppa voglia di capire le cose. In questo hanno avuto un ruolo fondamentale i miei giocattoli, con i quali avevo passato interi pomeriggi fino a quel momento, ma che in qualche modo ora mi sembravano strani, diversi.
Quando venivano persone a vedere la vecchia casa io li nascondevo, perché avevo dodici anni e non potevo di certo mostrare i miei pupazzetti di Hamtaro o la bambola di Magica DoReMi che ero riuscito ad ottenere con un piano astutissimo qualche anno prima (ma credo ve ne parlerò un’altra volta). I personaggi che fino a quel momento mi avevano reso ciò che ero iniziavano a diventare motivo di vergogna.
Credo sia uno step obbligatorio per quasi ogni bambino, e ripensandoci non posso fare altro che sorridere. Moltissimi giocattoli se ne andarono — alcuni trovarono nuove abitazioni, altri vennero persi nel trasloco, altri ancora rimasero con me, in una scatola, perché abbandonarli sarebbe stato troppo difficile.
Altri ancora, non mi interessavano più. Avevo una scatola in mano, pronto ad abbandonarla, quando mia madre mi disse No, Marco. I LEGO non si buttano mai.

All’inizio non capii. Non giocavo coi LEGO da un sacco di tempo, e comunque ero sempre stato abbastanza negato con quel genere di cose: ancora oggi non riesco a compiere un qualsiasi lavoro manuale che implichi un minimo di logica. Assemblare pezzi era stato divertente da bambino, ma non facevo molto oltre a costruire case quadrate. Seguivo però le istruzioni con dovizia e divertimento, perché per me non era una questione di creatività, ma di regole. Ho comprato la macchina? Voglio costruire quella macchina. Poi la distruggerò, lo so, e utilizzerò quei pezzi per costruire case quadrate, ma ora voglio costruire la macchina.
In ogni caso, non sentivo più un forte legame coi LEGO e credevo che darli a qualcuno sarebbe stata la mossa migliore. Mia madre insistette, e la scatola contenente tutti i mattoncini finì nella nuova cantina.

Se dicessi che questo non è uno dei periodi più brutti che mi sia capitato di vivere, sarebbe una bugia. Se non ne parlassi affatto, sarebbe come mentire a me stesso. Parlarne apertamente non equivale proprio a togliermi un peso di dosso, ma è qualcosa.
Se il primo passo per superare un qualche tipo di dolore è accettarlo, mi tocca fare coming out: ho passato gli ultimi pomeriggi seduto per terra mentre guardando fuori dalla finestra e ascoltando canzoni parecchio tristi.
È una parte di me che non mi piace, quella che si arrende facilmente, e per molto tempo ho tentato di nasconderla alla gente. Solo ultimamente ho realizzato che non c’è niente di male nell’essere onesti e nel mostrare debolezze, anche se questo comporta sacrifici enormi e, a volte, conseguenze spiacevoli.
È stata proprio questa mia presa di consapevolezza ad aver trasformato il mio pomeriggio di oggi. Ho fatto questo:

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Non è molto e non è bello, ma è qualcosa.
Come prima cosa ho chiesto a mia madre dove fossero i LEGO, per sentirmi chiedere Che cosa ci vuoi fare? e rispondere, Voglio costruire, no? Cosa fai coi LEGO sennò?
Li ho recuperati in cantina dopo aver lottato contro scatoloni abilmente incastrati e parecchia polvere, li ho portati in casa e ho iniziato a fare quello che avevo in mente: costruire una casa, niente di più, niente di meno*.

Sapevo che non sarebbe stato facile, essendo negato con l’assemblaggio, e infatti non lo è stato: sfido chiunque a trovare una casa in questo ammasso di mattoncinci di colore diverso. Da un lato ha una finestra, ma non ha entrate, e come previsto non sono riuscito a costruire un tetto che sia un tetto. Eppure qualcosa è venuto fuori, e nella costruzione di questo qualcosa sono riuscito a rilassarmi e a pensare a mente lucida alla mia situazione. Principalmente, ho capito diverse cose:

  1. La mia vita sono io, che tento di costruire qualcosa coi mattoncini che ho a disposizione, fino a quando qualcuno butta giù ciò che ho fatto. È difficile far capire alle persone la frustrazione e la delusione che provo al crollo, poiché la gente non vede le rovine, ma vede dei pezzi, e pensa che si possa sempre costruire qualcosa fin quando si hanno a disposizione dei mattoncini. E si può, perché è per questo che esistono i mattoncini, ma la mia tristezza deriva dal rapporto che ho con le case precedentemente esistite.
  2. Non puoi creare quattro muri separatamente e metterli assieme per formare una casa. Non funziona. Ogni muro deve essere collegato a quello che lo segue. Sì, ho vent’anni e ci sarei dovuto arrivare prima di costruire tre muri e vederli traballare, ma che ci volete fare. Però ho pensato. Ho pensato che forse devo imparare a sfruttare meglio le qualità che ho e soprattutto devo imparare a sfruttarle assieme. Mi sento come se avessi costruito tanti muri diversi per tutta la vita, tutti incredibilmente vicini, ma non uniti. Devo andare più a fondo e creare una struttura più compatta, più stabile.
  3. Questa casa verrà fatta a pezzi molto presto. È il destino inevitabile di ogni cosa, e vorrò essere io a distruggerla — non smontarla, distruggerla. Mi dà più sicurezza sapere che posso distruggere cose, cancellare confini tracciati, fare un passo indietro senza che sia qualcun altro a metterci la mano.
    Sono stanco di vedere gente distruggere ciò che faccio; voglio la capacità di scegliere quando smettere di importarmene, quando darci un taglio, quando smettere. Posso costruire, posso distruggere. Credo sia un diritto di ogni costruttore LEGO.

Detto questo, mi ritrovo ad un crocevia. Devo scegliere cosa costruire e cosa lasciare da parte, ed è difficile. Ci vorrà tempo, ma sarà necessario — perché non posso smettere di fare.

Come un’amica mi ha detto ieri sera, devo vedere la situazione dall’esterno e analizzare. Smontare e ricostruire.
Si parte.

* ascoltando Lego House di Ed Sheeran, lo ammetto.

Vita 2.0

Se è vero che l’abito non fa il monaco, allora fare un revamp del mio blog non servirà a dargli un’atmosfera seria e professionale, così come tagliarmi i capelli non mi renderà un uomo nuovo.
Tutto questo non cambierà nulla, eppure rimango affascinato dall’idea stessa del cambiamento.

Il motivo per cui ho sentito il bisogno di alzare le mie chiappe dal letto e dirmi “hey, fai qualcosa di nuovo!” è che ultimamente ho subito troppi cambiamenti da parte di terzi, e la possibilità di essere finalmente il primo a poter stravolgere qualcosa mi eccita.
Trasferire il proprio blog da blogger a wordpress non è qualcosa di eccezionale o rivelatorio, ma costituisce comunque un piccolo passo in una direzione ben precisa che ho in mente da un po’ di tempo. Non sarà un viaggio appassionante, e probabilmente tra qualche anno vi dimenticherete tutti di me, ma per me è qualcosa — e dopo un periodo in cui ho pregato disperatamente per qualcosa, poter fare questo è già tanto.

Questo tipello sono io. Mi chiamo Marco, sono nato in Brasile poco più di 20 anni fa (cazzo) e faccio lo studente.

Frequento il liceo delle scienze umane della mia città — più precisamente, frequento il secondo anno, poiché mi ritrovo a dover recuperare gli anni persi durante il mio passato da bad boy. Contemporaneamente, mi destreggio tra traduzioni di libri in lingua inglese sperando di poter fare di questo una carriera stabile.

Mi annoio facilmente delle cose e delle persone, per quanto sia triste, ma non mi stanco mai del cibo cinese, della cultura del selfie e del disegnare uomini nudi durante le ore di lezione.

Tra le mie passioni ci sono i libri (possiedo un canale YouTube in cui discuto delle mie letture), la musica (possiedo da anni un canale YouTube su cui carico cover o canzoni originali), gli uomini nudi (non possiedo alcun canale YouTube a riguardo) e i videogiochi. Non sono eccellente in nessuna di queste cose, ma mi piacciono in egual misura.

Questo blog è il discendente diretto di Galassia Cartacea, il mio primo tentativo di creare uno spazio sicuro in cui parlare di tutto ciò che mi passa per la testa. Per un po’ di tempo ha funzionato, ma l’idea che fosse connesso al mio canale YouTube non ha fatto altro che bloccarmi dallo scrivere articoli che non fossero inerenti al mondo dei libri. Ho giochicchiato con blogger per un bel po’, tentando di cambiare tema e capire cosa farmene di Galassia Cartacea. Poi ho realizzato che wordpress è molto più customizzabile a livello visivo, e che ci vorrebbe un nuovo inizio, ed eccomi qui.

Ho deciso di non dare un nome a questo blog. Tempo fa, mi sarei arrovellato per ore con il fine di trovare il nome perfetto, un nome atto a rappresentare sia la natura di un ipotetico spazio online, sia la mia. Oggi penso che il mio nome sia abbastanza. Non ho bisogno dunque di abbellire il tutto con parole che finirebbero per stancarmi (come “Galassia Cartacea”, come tutti i nomi che ho dato alle cose negli ultimi cinque anni).
Mi dispiace solo per tutti quei Marco Locatelli che pensavano di aprire un blog su wordpress e chiamarlo esattamente così. So cosa si prova — con blogger è già successo.

Detto questo, chiudo qui questo primo post. In questo blog potrete trovare molte cose su di me, e molte cose non su di me. Sarà un po’ come entrare nella mia testa, solo meno pericoloso e decisamente meno inquietante.

Ma se fossi in voi avrei comunque un po’ di paura.
Alla prossima.